“Meri Tancredi sanguina”.

Avevo intenzione di introdurre il lavoro artistico di Meri proprio con queste parole. Scrivendole, poi, mi sono accorto di quanto siano inadeguate.

Il punto, però, è che il concetto nel quale vorrei inscatolare quanto ho da dire si è scavato una comoda tana in un campo semantico sito proprio tra le parole dell’incipit e la loro inadeguatezza.

Il mio compito, a questo punto, è di spiegare il perché di questo asserto.

Meri è un’artista. La categoria indica e descrive le persone che, nel compiere un percorso di studi accademizzato e generalmente – sorprendentemente, aggiungo, dati i presupposti impliciti nella realtà sociale e culturale che delimita l’unicum geopolitico in cui operiamo – volto a dar loro coscienza dei propri mezzi di espressione in rapporto al proprio bagaglio inconscio, intraprendono un itinerario di ricerca punteggiato dall’emersione, dalla concretizzazione e dall’esposizione di oggetti e concetti che si finisce – spesso acriticamente – per definire d’arte.

Dunque, ‘Meri è un’artista’, ai fini di questo testo, vale come implicazione oggettiva di un curriculum. Il concetto che sto annaspando a delineare è che, pur con il dovuto rispetto per la formazione che ha ricevuto, Meri è un’artista.

Quando ero piccolo ho imparato che un’artista è un nullafacente, pigro e sporco essere con la testa tra le nuvole. Sostanzialmente improduttivo, peraltro. Tutti gli artisti che conosco hanno un rapporto quasi eccessivo con il sapone. Alcuni sospetto lo ingeriscano. Non bastasse, ho avuto il piacere, rispetto al mio lavoro di scrittore – mi permetto di definirlo lavoro perché mi impiega molte ore al giorno e lo svolgo nella prospettiva di ricavarne un equo riconoscimento – di sentir dire: “Che fa Antonio?”, “Niente, scrive”. Quel’niente’ sviluppa perfettamente il rapporto di quella che temo essere la maggioranza delle persone nei confronti dell’arte.

Che fa Meri? Niente, ha la capacità di vedere e dominare il proprio inconscio in rapporto a quello collettivo, al punto da estrarne immagini codificabili e concretizzabili che potrebbero appartenere alla memoria di chiunque. Che poi potrebbe anche essere niente, nel senso che si tratta di un concetto talmente ineffabile da non potersi definire e descrivere.

Sempre più spesso, rapportandomi agli operatori della cultura, dico e sento dire che: “un artista dovrebbe fare solo l’artista”. Ciò, sorprendentemente, non è riferito al fatto che molti di loro, per mantenersi, esercitino una professione ‘di servizio’. Il punto, invece, è che la progressiva mercificazione del manufatto artistico ha finito per coincidere con la mercificazione dell’Arte stessa, inducendo molti artisti a diventare commercialisti, curatori e mercanti. Nel pavido tentativo di confrontarsi con un mercato, appunto. Dunque, ‘essere artista’, tende a definire uno spettro operativo molto ampio. Quando sostengo che Meri è un’artista lo faccio con indignazione, con il desiderio di restringere questo spettro al mero ‘fare arte’, con lo stupore di chi, pur avendo scelto con cura i significanti in modo da restringere il significato del proprio discorso ad uno e uno solo, si scontra con l’incomprensione.

Quando sostengo che Meri è un’artista, sostengo e sottoscrivo che Meri Tancredi fa arte, e fa solo quella. Non perché non svolga anche lei una ‘professione di servizio’, bensì perché Meri pensa, vive e respira in termini di arte. Il suo rapporto con la realtà, pur dinamico e flessibile, mi appare concentrato sulla riduzione, meglio ancora la traslazione, della stessa ai termini tramite i quali essa possa concordare, se non coincidere, con una soluzione estetica rappresentabile. Confrontandomi con lei sto imparando a dosare i concetti. Uno scherzo o un aneddoto possono innescare o intersecarsi con un meccanismo – lo stesso che generalmente lega i significanti ai propri significati – volto a tradurne il senso. È come se Meri avesse – non l’uso esclusivo, sia chiaro, ma al momento il soggetto è lei – le chiavi per accedere a un serbatoio di significanti che attende solo un significato per esistere. Questo serbatoio forma una lingua universale che tutti comprendono ma nessuno può capire. Questa lingua ha sede nel punto più atavico e nascosto della nostra coscienza. Se questo punto avesse una funzione più-che-comunicativa e una collocazione fisica rintracciabile, sarebbe il posto in cui le cose sanguinano. Perché il sangue, tra tutte le cose che generano una reazione nei neurorecettori è quella più legata all’istinto e al riconoscimento, più vicina al senso stesso dell’esistenza, perché le cose che non hanno sangue sono fredde e morte, distanti e silenziose. Incomunicanti e incomunicabili. E questa cosa che ho voluto chiamare sangue non ha una forma, né un colore, né un odore eppure può averne all’infinito. È ferma e in movimento, mutevole e immutabile, misurabile e incommensurabile. E ha un nome.

Glielo abbiamo dato noi.

L’abbiamo chiamata Arte.

Antonio Senatore per “ Storie dall’Arte”, 2011, Museo Civico di Palazzo della Penna, Perugia.