Il mio nome è un aggettivo, plurale qualificativo di mèro.

Significa puro, naturale, lucente.

La parola Meri è formata da quattro lettere due vocali e due consonanti è una parola bifronte senza capo, ire: andare, camminare, procedere.

Conduco da tempo un’indagine sulla parola.

La materia semplice e preziosa delle lenzuola tessute a telaio da mia nonna (e indietro fino al ‘600), fu l’innesco per la ricerca di una memoria verbale, che immaginavo fosse invisibile ma impressa a caratteri cubitali su quelle superfici.

Dalla trama spessa e tinta di un nero opaco, passavo alla fase costruttiva e manuale dei singoli caratteri in bastone maiuscolo, per poi stratificare, mascherando, una vernice nera lucida, ne vennero dei frammenti di singole parole o corte frasi personali, dalla forma pura, che fuoriuscivano dalla tela per mezzo della luce.

Ho esaminato le parole come strumento per esprimere le percezioni del mondo che vivevo, fino a dilatare le frasi per comporre forme e giochi di significati, anagrammi, versi intessuti, arrivare all’estensione con e nello spazio, e ha materializzarle tridimensionalmente.

La ramificazione della ricerca iniziale si stava modificando, le parole potevano essere manifeste o celate all’interno dell’opera, essere spazio fisico visivo, o spazio viscerale silenzioso; formando un eco sonoro legato a temi umani, dove emergeva sia un confronto con il pensiero antico che con linguaggi e culture differenti.

Dalla proliferazione della tela nello spazio, sono nate installazioni complesse, dove dialogano insieme vari elementi/media come l’impiego di una pittura aniconica, l’uso dell’oro; di materie comuni come carta, cartone alveolare, feltro; oggetti di scarto come sassi di marmo bianco, travertino e abiti, o scarti restituiti dalla natura come parti di alberi e legni; poi la scelta di materiali trasparenti, plastiche e plexiglass.

L’elemento che torna nelle opere è la luce, inizialmente l’uso di un unico colore, il nero, che conteneva singole parole o brevi frasi di grande scala, costringeva allo spostamento dell’osservatore nella ricerca della luce migliore per poter guardare;

al contrario con l’uso dell’incisione manuale su plexiglass, le parole sono evidenziate attraverso la luce dei led, ma con il tempo l’intreccio delle parole è divenuto sottile, stratificato e sovrapposto.

In entrambi i casi trasformando ciò che è evidente in qualcosa che deve essere svelato.

Nelle ultime ricerche dove si aggiungono media audiovisivi, le strutture collegano la remota memoria personale con figure archetipiche, analizzando gli aspetti sensibili che emergono dalla società contemporanea, quelle tracce insite e formanti nel loro insieme la natura umana, fino a comporre un quadro della fragilità e dell’ossessività dell’essere umano del XXI secolo.

Ora a distanza di tempo riesco a capire quanto quella parola contenga in se la mia ricerca e come un piccolo tratto, un fenomeno fonetico, non solo riguarda la catena parlata, ma anche il susseguirsi di circostanze che concorrono a definire il modo di riflettere e di percepire l’universo intorno.

My path starts from my name.

In Italian it sounds like the English adjective “mere” and its purest meaning is “true” but also “clear”, “shining”. Meri is a two-faced word without the capital “M”: “ire”, in Italian, means to go forward.

I have been investigating words for a long time.

My research started thanks to my grandma’s hand-woven linen (a family tradition that goes back to XVII century) – very simple, though precious. I felt the need to follow what the deep memory of unrevealed words impressed on it suggested me.

The inner meanings of our actions ties to the objects we use. My work aims to find those words and investigate their connections.

My grandma’s linen had a thick, black fabric. Looking at it closely you could feel the presence of type characters hidden in the fabric. A family code that was there waiting to be revealed.

I used the black fabric as canvas, revealing each letter and word with shiny black varnish, finding out a different fabric made by short pure-shaped phrases.

I have examined words to find out and reveal the reality I lived in. Then, words have expanded on and on into phrases and forms, meanings, anagrams, verses up to become canvases themselves and acquire a tridimensional shape.

My long-standing path has then modified. Words could be shown or hidden into each artwork. They could be a physical or visual space, essentially silent. Words echoed human themes and I could face ancient thoughts and different cultures. They have been, from time to time, vessels of meaning or simple forms, inner feelings or comparison. They could be clearly displayed or well hidden.

My work has later moved to complex installations in which various media and elements are combined and mixed, such as the use of an aniconic painting and the use of different materials: from gold to paper, from felt to marble, from clothes, branches, stones and other natural elements up to transparent materials and plexiglass.

The element that shows-up the most in my artworks is light.

At the very beginning, I used just one color, black, which contained single words or sentences; the reflex on the shiny black varnish on black opaque fabric forced the viewer to move and search the right angle to see and read the artwork.

Now, I work with stratifications of backlit carved plexiglass: different layers of words tangle in complex forms, revealing sculpture-like effects.

In both cases, what seems to be clear shows-up as something to be cleared.

In my recent work with audiovisual equipment, the artworks’ structures merge with archetypal shapes. They connect the individual memory to collective archetypes, encouraging the viewer to dig into his or her mind and feelings. The analysis of the sensitive aspects of our contemporary society; the soft trail of human nature; the growing fragility of the XXI century man: all these elements seem to peer out of my artworks and to compel the search for a deeper meaning.

My path starts from my name. It includes and shows my research. It is a short word, littler than a phonetic event, and seems to contain all the circumstances that define my way to reflect and perceive the universe itself.